lunedì 1 settembre 2014

LE RELAZIONI INVESTIGATIVE NEI PROCESSI DI SEPARAZIONE E DIVORZIO


Nel diritto di famiglia, e più specificatamente nelle procedure di separazione e/o divorzio, obiettivo primario delle investigazioni private è, notoriamente, quello di assicurare al coniuge che ne fa richiesta gli strumenti probatori volti a motivare la domanda di addebito della separazione o di corresponsione dell’assegno di mantenimento (in relazione al quantum).  
  
Si pensi, banalmente (ed a mero titolo esemplificativo), al coniuge che intenda effettuare richiesta di addebito e che intenda fondare la propria richiesta sul presunto tradimento dell’altro: sarà chiaramente interesse primario di questi andare a precostituirsi tutta una serie di prove che “inchiodino” l’infedele, sì da dimostrare al giudice il tradimento, le condotte infedeli ed il fatto che il matrimonio è giunto al capolinea proprio a causa di ciò.


 E’ del Tribunale di Milano l’ordinanza che ci aiuta a fare chiarezza circa l’effettivo utilizzo di “quanto scoperto dall’investigatore privato” nei procedimenti di separazione e divorzio. (Trib. Milano, se. IX civ., 8 aprile 2013, ord. Est. Buffone).
Con l’ordinanza di cui trattasi il Tribunale di Milano adotta una linea interpretativa particolarmente rigorosa, sancendo l’inutilizzabilità ex se della relazione realizzata dall’investigatore privato su mandato di una delle parti, e negando che il sapere dell’investigatore possa considerarsi validamente acquisito mediante il mero deposito in giudizio della relazione in assenza di una specifica escussione in udienza in qualità di teste.
La relazione redatta dall’investigatore privato è chiaramente un caso di scritto formato in funzione testimoniale e potrà, secondo i giudici milanesi, pertanto, avere piena efficacia probatoria solo nel caso in cui venga acquisito al procedimento mediante prova orale o mediante ricorso all’art. 257 bis c.p.c. (testimonianza scritta, su accordo delle parti).
Contrariamente si andrebbero ad aggirare quelle che sono le norme poste a garanzia dell’andamento processuale. L’andare ad introdurre nel processo dichiarazioni di terzi aventi funzione testimoniale, formate fuori del processo, vorrebbe dire violare le norme del “giusto processo”, perché la deposizione scritta entrerebbe nella lite giudiziale senza controllo del giudice e senza il contraddittorio delle parti.
Cosa si deve, quindi, fare per far in modo che il rapporto investigativo possa avere valenza all’interno di un procedimento di separazione o divorzio?

L’avvocato dovrà, in conformità ai principi generali, articolare in modo specifico capitoli di prova sui quali l’investigatore sarà chiamato a rispondere, affinchè il giudice possa valutarne l’ammissibilità e rilevanza e la controparte predisporre una idonea difesa mediante deduzione della prova contraria (e non quindi, come accaduto nel caso di specie, limitarsi a richiedere all’investigatore la mera conferma del rapporto investigativo, violando palesemente il disposto di cui all’art. 244 c.p.c.).

Avv. Roberta Mangiarotti
Centro Familia

Nessun commento:

Posta un commento