lunedì 1 dicembre 2014

QUANDO IL PAZIENTE NON VUOLE ANDARE DALLO PSICOLOGO


- “Buongiorno Dott.ssa, la chiamo per fissare un appuntamento”

- “Si buongiorno, mi dica, come mai mi contatta?”

- “No no, ma non è per me, io non ho nessun problema…. È per mio marito!!!”

Nella mia esperienza clinica ricevo molto spesso una richiesta di appuntamento non per la persona che chiama, ma per un’altra. In alcune situazioni a chiamare lo psicologo è la madre o il padre per il figlio :“C’è qualcosa che non va, fa disperare noi a casa e le insegnanti”; un partner per l’altro perché :“Ha dei comportamenti che non vanno bene e per colpa sua la nostra coppia ne risente, siamo in crisi”; una figlia per la madre :“E’ una donna depressa, io non ho tempo di starle dietro, dottoressa la deve vedere lei!”.

Di regola in queste situazioni la persona di cui si parla è all’oscuro della telefonata e non sente il bisogno di rivolgersi a uno psicologo, spesso in famiglia nascono litigi e la risposta più frequente è: “Ma vai tu a farti curare, io sto bene!”. Inoltre in queste situazioni esiste un secondo problema: c’è un conflitto in atto perché un membro o una parte della famiglia vede un problema mentre la persona definita come “bisognosa”, “problematica”, “difficile”, lo nega.

Detto questo non significa che il problema lamentato non esista e che non si possa fare nulla, al contrario è possibile lavorare con le persone che si attivano al posto di chi non percepisce il suo malessere interiore o non è motivato a rivolgersi a uno psicologo per diversi motivi. Solitamente fisso un primo colloquio con chi telefona e, se sono disponibili a venire, con gli altri membri della famiglia che vedono il problema di un loro caro che invece non ne vuole sapere di incontrarmi. Coinvolgere i familiari o le persone che sono più  vicine a chi soffre è a mio avviso un grande vantaggio: ognuno ha importanti risorse da mettere a disposizione degli altri ed è proprio da qui che si inizia, dagli aspetti positivi, da una prospettiva di “benessere”, aiutando le persone a vedere quello che funziona piuttosto che quello che non va ed è etichettato come problema. La disponibilità ad un primo incontro è inoltre un messaggio positivo che i famigliari o il partner possono dare a chi decide di restare a casa: comunicano che sono preoccupati per lui, ma soprattutto che sono disposti a mettersi in discussione e a comprendere, con l’aiuto di un esperto, la situazione in maniera più globale.

Capita molte volte che in corso d’opera chi non voleva andare dallo psicologo cambi idea e decida di partecipare al lavoro o di andare ma restando in silenzio, semplicemente per sentire cosa dicono di lui. Da qui il passo successivo è incoraggiare la coppia o la famiglia in questione a un confronto sincero: lo sperimentare un clima di dialogo tra chi sviluppa un sintomo e chi si preoccupa (ad esempio i famigliari o il partner) permette di risolvere già alcuni problemi legati alla comunicazione che in questi casi è spesso difficile. In altre situazioni capita invece che non si riesca a coinvolgere chi è fonte di preoccupazione anche dopo che le persone che lo circondano si sono movimentate per lui. Non è vero che tutto è perduto e non si può fare nulla, è possibile invece continuare con chi è presente.

L’essere umano, piccolo o adulto che sia, non può non comunicare: ogni gesto, ogni espressione del viso, ogni parola che diciamo comunica qualcosa ed è rivolta a qualcuno. Anche i sintomi o più in generale quelli che vengono definiti “comportamenti problematici” sono, prima di tutto, dei messaggi che le persone inviano a chi le circonda, al loro sistema di appartenenza. Lo psicologo aiuta la famiglia, la coppia o l’individuo che lo interpella a comprendere questi messaggi e a tradurli in modo che siano più comprensibili per se stessi e gli altri.                                           
Nel mio lavoro cerco di accompagnare le persone a vedere le cose da una nuova prospettiva, a indossare lenti nuove: questo di conseguenza porta il sistema a modificarsi, ad assumere un assetto differente e più funzionale, anche per la persona che non è seduta nel mio studio.
 


“È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva.”


(Robin Williams, L’attimo fuggente)
 
Dott.ssa Vacchini Giorgia, Psicologa clinica
Centro Familia

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