martedì 3 marzo 2015

ADHD (disturbo d'attenzione e iperattività): qualche considerazione...

Giorni fa’ mi sono imbattuta in una scala di valutazione per l’ADHD (Disturbo d’attenzione e d’iperattività) per genitori e per insegnanti e ho provato a compilarla pensando ad alcuni bambini che mi capita di osservare all’interno delle scuole che frequento per lavoro…mi sono accorta che molti di loro potrebbero ricevere questa etichetta diagnostica. Le affermazioni riportate sui test sono di questo tipo:
  • Incontra difficoltà a concentrare l'attenzione sui dettagli o compie errori di negligenza.             
  • Ha difficoltà a mantenere l'attenzione sui compiti e sui giochi in cui è impegnato.          
  • Quando gli si parla sembra non ascoltare.
  • Da seduto giocherella con le mani o con i piedi o non sta fermo o si dimena.    
  • Non riesce a restare seduto.
A queste e ad altre affermazioni l’adulto deve assegnare un punteggio, da 0 (mai) a 3 (molto spesso), dove l’avverbio “spesso” ha una valenza diversa per ogni persona, di conseguenza non è possibile una valutazione oggettiva del comportamento del bambino. Si tratta infatti di definizioni molto opinabili e per questo non stupisce che ci sia stato un aumento di questo tipo di diagnosi nel mondo occidentale. Naturalmente la diagnosi di ADHD deve essere fatta da uno specialista (Neuropsichiatra Infantile o Psicologo specializzato), che non si accontenterà dei test sopra citati ma effettuerà ulteriori valutazioni prima di diagnosticare o meno un bambino come ADHD.

Dopo un’eventuale diagnosi di ADHD qual è la cura ?

In una recente intervista rilasciata dal dott. Maurizio Bonati, responsabile del dipartimento Salute pubblica dell’Istituto Mario Negri si afferma:
Il trattamento farmacologico viene somministrato solo nei casi più gravi e sempre in accompagnamento al percorso psicologico, che coinvolge anche le figure di adulti, i genitori e i docenti. Questa terapia psicologica è offerta invece a tutti i pazienti, anche ai casi meno gravi. C’è una profonda differenza rispetto a quel che avviene ad esempio negli Stati Uniti, dove è molto più diffusa la sola terapia farmacologica, che sicuramente ha efficacia più immediata, ma con risultati che non durano nel tempo.”
Il dott. Saul, neurologo comportamentale a Chicago, sostiene invece che l’ADHD non esista, e per questo ha scritto un libro “ADHD DOES NOT EXIST” nel quale individua più di 20 possibili cause dei sintomi che vengono racchiusi dalla medicina sotto l’etichetta di ADHD, tra questi: affaticamento degli occhi, carenza di sonno, problemi di udito e disturbi dell’apprendimento, questi ultimi sempre più spesso associati all’ADHD. Anche il dott. Timimi, Neuropsichiatra infantile, sostiene che non esistano evidenze scientifiche riguardo alla diagnosi di ADHD e che si tratti di un costrutto culturale che garantisce alti profitti per l’industria farmaceutica.

Il nostro punto di vista riguardo all’ADHD?
Innanzitutto affidarsi a persone competenti per poter individuare al meglio le cause che portano il bambino a mettere in atto una serie di comportamenti e capire attraverso una diagnosi differenziale, che escluda quindi altre eventuali patologie, quale sia il reale problema del bambino.

Ciò che spesso rileviamo è che si tratta di bimbi che spesso hanno delle difficoltà legate alla motricità fine, quindi nella scrittura e coloritura, che possono presentare un impaccio motorio ed essere goffi nel modo di muoversi, talvolta hanno difficoltà a farsi comprendere dai compagni e dagli adulti in quanto non pronunciano bene alcune lettere, problematiche queste che rendono i bambini talvolta timidi e chiusi nei confronti del mondo scolastico mentre in altri casi l’ansia e la frustrazione li fanno reagire con comportamenti quali la distrazione, l’ipereccitazione e i comportamenti oppositivi. In molti casi sono presenti anche problematiche riguardanti le relazioni familiari, quali forte conflittualità tra i genitori o tra genitori e nonni ma anche forte discrepanza tra lo stile genitoriale del padre e della madre con conseguente confusione del bambino.

L’approccio sistemico – relazionale prevede il coinvolgimento di tutta la famiglia, partendo dal presupposto che il bambino con il suo comportamento sta comunicando agli adulti in modo coerente al suo contesto famigliare e inoltre presuppone che in qualche modo, quello stesso comportamento regressivo e disturbante possa avere un senso, potrebbe essere ad esempio un tentativo di soluzione ad un momento difficile che gli adulti intorno al bimbo stanno vivendo.

Proprio per questo motivo, dopo una prima parte di consultazione, dove lo psicologo incontra tutta la famiglia, il figlio viene congedato per proseguire il percorso con i genitori, rendendo comunque il bambino protagonista, infatti, anche quando è fisicamente assente il suo contributo continua ad avere centralità grazie al terapeuta che si assume il compito di dargli voce.
Dott.ssa Arianna Mangiarotti
Centro Familia
 

Nessun commento:

Posta un commento